
In un ambito in cui anche le scuole pubbliche sono a pagamento, e le divise scolastiche (sempre obbligatorie) sono di norma a carico degli alunni, il Villaggio Fraternité si pone come elemento di stacco, fornendo non solo le divise, ma anche una merenda per tutti gli alunni, oltre ad un pasto vero e proprio a coloro che sono inseriti nel progetto del centro di accoglienza. Inoltre come già detto è presente un servizio di scuolabus, e sono previste sovvenzioni economiche per i casi di necessità.
A parte gli aspetti tecnici, a partire dai primi giorni abbiamo iniziato a riscrivere la nostra idea di Africa, e soprattutto di “villaggio sperduto nella foresta tropicale”, e persino di città. E’ vero, siamo nel bel mezzo di una enorme foresta, ed è vero che ci sono molti problemi tra cui le tristemente note malattie ed il tenore di vita mediamente basso, ma è anche vero che qui c’è molta vivacità, e alla sera le strade ed i bar, anche quelli dei villaggi, sono decisamente più animati di quelli a cui siamo abituati. La città poi non ha una vera e propria piazza, né parchi pubblici o punti di ritrovo distanti dal caos del traffico sempre presente, ma la gente si ritrova ugualmente per guardare le partite di calcio nei locali con i maxi schermi, bevendo birra e mangiando spiedini di carne oppure pesce alla brace (cinese, importato congelato). La corrente elettrica è presente (anche se non sempre funzionante) in quasi tutti gli angoli del paese, così come sono presenti i cellulari, e Facebook che è già arrivato al punto di dare il nome ad un locale della città.
Abbiamo la fortuna di essere in contatto con diverse persone che possono essere per noi una chiave di accesso alla vita del posto, e anche se al mercato continuano ad urlarci “ntang!” (“bianco” nella lingua bulu, la più diffusa della zona), quasi tutti sanno chi siamo, e quando si fermano a parlarci citano immediatamente il Villaggio Fraternité, oppure i nostri “fratelli” bianchi che già conoscono. Questo ci permette di socializzare senza alcuna difficoltà, soprattutto perché la gente del posto non ci identifica come turisti bianchi, ma come persone che qui lavorano, e che comunque rimarranno per un periodo prolungato. Certo, i prezzi per noi tendono sempre ad essere un po’ più alti… ma se fossimo in Italia questo potrebbe essere argomentato come redistribuzione del reddito!
Volontari del Servizio Civile Carlo e Claudia