A (Came)room of My Own
Quando sono arrivata a Villaggio Fraternité, quasi un mese fa, mi sono trovata davanti a un cantiere: muri rotti accanto a muri nuovi, mucchietti ordinati di caos che convivevano con pareti appena ridipinte. Qualcosa da tenere, qualcosa da buttare, altro ancora da rinnovare.
Se questa immagine riesce a restituire l’insieme, allora mi aiuta anche a raccontare come mi sono sentita in queste prime settimane in Cameroun: attraversata, demolita, ricostruita; ferma eppure rivoluzionata.
L’impatto con la vita qui è stato duro: le barriere culturali e linguistiche, gli sguardi e le proposte insistenti che sembrano inseguire ogni donna bianca che passeggia per il mercato, il clima umido che non concede tregua, la corruzione che si insinua ovunque, il classismo implicito della società camerunese. Nulla per cui la formazione avrebbe davvero potuto prepararmi: non tanto sul piano informativo, quanto su quello più concreto e radicale del vivere le cose sulla propria pelle. Che, inevitabilmente, ti cambia.
Questi primi giorni hanno messo in crisi quegli aspetti della mia identità ancorati al substrato culturale e sociale cui, senza rendermene conto, facevo affidamento quando ero ancora in Italia. Mi ritrovo a chiedermi se abbia davvero qualcosa da offrire, se abbia le competenze o le capacità necessarie per parlare di inclusione e uguaglianza in un contesto che sembra rifiutarne persino la parole, che se le vede calare dall’esterno, dallo straniero; un contesto che è gravato da priorità più urgenti. A volte mi sembra il posto meno adatto per piantare certi semi, per portare avanti idee che qui appaiono fragili, quasi fuori luogo.
Eppure, forse proprio perché sembra il posto peggiore, vale la pena provarci. Forse la vera forza di questo percorso non sta nelle certezze, nei progetti già tracciati, ma in quell’insicurezza crescente che ti obbliga a spogliarti delle convinzioni, ad arrenderti all’essenziale.
Penso che sia questo il vero spirito del Servizio Civile: non una missione da compiere, né un progetto da realizzare, né un intervento dall’alto. Non è nemmeno un viaggio nel senso comune del termine. È, piuttosto, un lasciarsi attraversare. È dare ciò che sei e fare ciò che si può, ma con la disposizione a lasciarsi cambiare.
Forse è proprio questo il senso del cantiere: non arrivare a un disegno già compiuto, ma accettare il disordine e la fatica come passaggi necessari. In fondo, la sua bellezza non sta in ciò che è già costruito, ma nello spazio che rimane aperto, disponibile, pronto ad accogliere ciò che ancora non esiste.
Monica