06/03/2008 Una riforma che ci va stretta

Osservatorio cooperazione

di Sergio Marelli

Incapacità di promuovere una cooperazione che vada oltre l'assistenzialismo, mancanza di autonomia del Mae, ruolo puramente esecutivo della futura Agenzia e ambiguità nel definire la partecipazione della società civile. Queste le principali pecche del testo di riforma che dovrà sostituire la Legge 49.

Una riforma che ci va stretta

Il 5 dicembre scorso, il Comitato ristretto della Commissione esteri ha depositato al Senato il testo per la riforma della cooperazione internazionale. Ora, in vista delle audizioni sul testo di legge, dobbiamo notare la distanza tra esso e i principi emersi nel documento dell'Associazione ong italiane del 30 ottobre.
Innanzi tutto la proposta di riforma, al di là delle dichiarazioni iniziali, non promuove una cooperazione che vada oltre il semplice dato economico per concentrarsi sullo sviluppo integrale della persona, sui suoi diritti fondamentali e sul superamento di ogni idea assistenziale della lotta alla povertà. E non prevede meccanismi e prassi davvero innovative rispetto a quelle dell'ormai vetusta Legge 49, che servirebbero a ridare qualità e flessibilità a una legge che si vuole capace di attivare rapporti di partenariato con i Sud del mondo.
Va notato che, mentre viene positivamente affermata l'unitarietà della direzione politica in capo al Ministero Affari Esteri, tuttavia il Fondo unico per la cooperazione non dipende dal Mae, ma permangono gli indirizzi e l'utilizzo prioritario da parte del Ministero dell'Economia e delle Finanze della maggior parte di queste risorse. Senza un vero Fondo unico allocato al Mae, però, non ci sarà vera unitarietà nelle politiche di cooperazione.
Va poi detto che il Cics (Comitato interministeriale) ha finalità ambigue. Deve costituire un momento di coordinamento delle politiche di cooperazione dei diversi ministeri e dei soggetti pubblici, per garantirne la coerenza con gli orientamenti politici della cooperazione allo sviluppo. Deve quindi coordinare la cooperazione "governativa", ma non quella degli altri soggetti del "sistema nazionale" cui va garantita l'autonomia di progettazione e attuazione degli interventi di cooperazione.
L'Agenzia, poi, così come è prevista dal testo, rischia da un lato di essere un mero esecutore di progetti programmati altrove, dall'altro si pone come soggetto che può raccogliere fondi da privati e nella società civile e può realizzare progetti in gestione diretta. Non le è assegnato però alcun ruolo di promozione, sostegno e coordinamento delle attività promosse dalla società civile, quasi si trattasse di una mega-ong, salvo poi negarle la possibilità di avere personale e uffici all'estero.
E, a nostro avviso, la nuova legge non risolve il problema dell'effettiva autonomia delle attività di cooperazione allo sviluppo dalla contabilità ordinaria dello Stato. La Legge 49 - su tale punto molto valida - è divenuta inefficiente quando è stata abolita la contabilità speciale, riducendo ogni valutazione di efficacia a pura formalità amministrativa.
Va notato che il capitolo sulla partecipazione della società civile (art.15-16-17) è confuso e contraddittorio: nasce all'improvviso come una concessione, e non è chiaro il concetto stesso di società civile, definizione cui si associano le Regioni, gli enti locali e gli enti pubblici. Inoltre è enormemente ampliata la platea dei soggetti che possono accedere ai finanziamenti per la cooperazione in quanto sono inserite genericamente le onlus (almeno 200.000 sigle), che in molti casi non hanno alcuna esperienza né finalità connesse con la cooperazione allo sviluppo. D'altra parte non si comprendono i criteri di accreditamento e di passaggio dalla attuale idoneità concessa alle ong ai nuovi albi.
Va poi detto che l'articolo 16, riguardante i volontari e i cooperanti, è troppo dettagliato nelle indicazioni operative che devono essere lasciate invece a un regolamento successivo, e fa impropriamente riferimento alla legge sul servizio civile che non può essere certo utilizzata tout court per regolare l'impiego di personale espatriato in possesso di esperienza e professionalità nell'ambito dei progetti di cooperazione allo sviluppo.
Dulcis in fundo, non è prevista una normativa di transizione che regoli il passaggio dalla Legge 49 alla nuova, senza soluzioni di continuità. Includendo tutte quelle agevolazioni fiscali attualmente previste per le attività di cooperazione riconosciuta.

Testo elaborato dall'Assemblea ong italiane

(fonte vita)

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